Il Covid19 comporta rischi per la filiera alimentare?

Se parliamo di igiene e rischio per la salute umana in senso stretto, la risposta è no. Il veicolo per la diffusione del virus è il contatto umano, tra individuo e individuo: non siamo davanti ad una infezione alimentare né ad una patologia trasmissibile attraverso il consumo di cibo. Anche EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza alimentare), pur ricordando l’importanza del rispetto delle buone pratiche di igiene durante la preparazione dei cibi, ha confermato che non vi è, al momento, alcuna evidenza scientifica che il cibo sia fonte o veicolo di trasmissione del virus.

Per rallentare la diffusione del virus, in ogni caso, tutti i Paesi del mondo stanno rallentando e chiudendo comparti economici ritenuti non essenziali. Al momento, agricoltura, allevamento, produzione e trasformazione del cibo sono considerate fondamentali e proseguono. Le previsioni di raccolto per il settore agricolo nel 2020, peraltro, non sono cattive.

Ma la catena dell’approvvigionamento alimentare è composta da molti anelli: oltre al raccolto bisogna considerare il trasporto dei beni e delle materie prime, gli stabilimenti di trasformazione e confezionamento, il trasporto di beni lavorati e ad alto valore. Anelli che rischiano di essere compromessi dalle pesanti misure di lockdown e distanziamento sociale imposte a livello mondiale.

Non si tratterà, insomma, di gestire la mancanza di cibo, ma, soprattutto, di mantenere funzionate la filiera alimentare, trovando un punto di equilibrio tra le due esigenze di non fermare la produzione e di proteggere la salute dei lavoratori.

Lo studio della FAO del 29 marzo 2020

La FAO (Organizzazione per il Cibo e l’Agricoltura dell’Organizzazione delle Nazioni Unite) in uno studio del 29 marzo 2020, ha rivolto alcune importanti raccomandazioni agli Stato del mondo per fronteggiare l’impatto del Covid19 sulla filiera alimentare.

I sostegni al reddito dei consumatori

Prima di tutto, misure di sostegno all’acquisto di alimenti e e ammortizzatori sociali, da attuare nel breve termine. Per molte famiglie, soprattutto le più vulnerabili, il lungo periodo di stop si tradurrà in una consistente riduzione degli introiti. Molte persone, poi, basano la loro sussistenza su guadagni giornalieri, divenuti impossibili a causa del lockdown. Saranno quindi necessari trasferimenti di denaro (anche privilegiando i pagamenti elettronici, così da ridurre i contatti umani), moratorie e maggiore tolleranza per i pagamenti di tasse e rate dei mutui, benefici complementari al reddito per chi ne subirà, inevitabilmente, delle riduzioni. In questo, l’Italia ha anticipato i tempi, prevedendo tra i primi Stati al mondo una buona sintesi di queste misure nel Decreto Legge c.d. “Cura Italia” (consultabile da https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/03/17/20G00034/sg)

I sostegni ai piccoli produttori e agli agricoltori

Un altro importante filone di intervento dovrà consistere nel sostegno ai piccoli produttori, sia per rafforzare la loro produttività, sia per aiutarli a trovare mercati su cui piazzare le merci prodotte, eventualmente anche attraverso l’implementazione dei canali di e-commerce. Occorre infatti considerare che i limiti ai movimenti comportano difficoltà a reperire lavoratori (spesso migranti e stagionali) nonché ad accedere a luoghi di raccolta delle merci e mercati, così determinando l’accumulo di prodotti agricoli invenduti, che si tradurrà in spreco di cibo e perdita economica. La FAO, quindi, suggerisce ai Governi di riorganizzare i magazzini di raccolta, così facilitando gli spostamenti e i trasporti da parte dei piccoli produttori, che dovrebbero, auspicabilmente, essere pagati sulla base di un sistema di ricevute al momento stesso della consegna dei beni al centro di raccolta. Con le scuole chiuse, poi, molti bambini e giovani (si stima l’87% degli studenti mondiali), soprattutto appartenenti a famiglie vulnerabili, non hanno accesso al pasto scolastico, spesso per loro unica fonte di nutrimento bilanciato: si possono immaginare delle soluzioni alternative al pasto scolastico che prevedano la consegna di pasti direttamente ai bambini e ragazzi da parte di quelle piccole aziende che, normalmente, avrebbero fornito le scuole. In questo modo, bambini e ragazzi potranno continuare a nutrirsi adeguatamente e le piccole aziende continueranno ad avere un mercato per i propri prodotti. Misure simili sono in corso di adozione negli USA. A ciò si dovranno aggiungere specifici programmi di sostegno all’agricoltura. Al momento i più degni di nota sono quello Cinese (basato su acquisti collettivi da parte delle istituzioni e canali privilegiati per le merci “green” sul sito di e-commerce Alibaba) e quello Italiano (iniezione di capitali e di fondi anche di provenienza europea per sostenere le aziende agricole e bonus di 600 € ai precari del settore, contenute nel “Cura Italia”)

Mantenere il valore della filiera alimentare

Occorre poi, secondo la FAO, mantenere alto il valore della filiera alimentare, concentrandosi sugli snodi logistici principali ed evitando, in questi snodi, dei pericolosi “colli di bottiglia”. Ciò vale per il trasporto di materie prime di base, ma soprattutto per il trasporto di prodotti di maggior valore, come frutta e verdura fresca e pescato: per questi ultimi è preponderante il fattore del lavoro umano, nonché la necessità di trasporto in tempi rapidi a causa della più alta deperibilità. Per questo tipo di beni, quindi, blocchi o rallentamenti dei trasporti rappresentano un rischio, così come la circostanza che la maggior parte degli stabilimenti di smistamento e confezionamento nel mondo non è in grado di adeguarsi alle misure di distanziamento sociale e rischia di non poter lavorare. Non bisogna dimenticare, poi, che nel mondo esistono veri e propri hub per la fornitura di specifici beni e materie prime. Ad esempio, il distretto di Rosario in Argentina per la produzione di soia destinata ai mangimi animali e quello di Santos in Brasile per molte altre materie prime di base. E’ opportuno, quindi, che i porti vengano considerati essenziali e rimangano aperti, prevedendo la possibilità per le navi di circolare liberamente.

La collaborazione tra Stati e l’aspetto macroeconomico

Sarà importante, poi, che ciascuno Stato si impegni ad impedire l’aumento tasse e non imporre limiti all’esportazione. Diversamente, si innescherebbe il meccanismo conosciuto come “beggar-thy-neighbour”, ovvero politiche che di fatto costringerebbero gli Stati ad elemosinare gli uni dagli altri, così di fatto peggiorando la situazione per tutti a livello globale.

Da ultimo la FAO pone l’accento sulla necessità di non trascurare i disagi a livello macroeconomico, in particolare derivanti dal lockdonw cinese. La Cina infatti è il più importante produttore di manufatti: la chiusura prolungata per l’inizio della diffusione del virus comporta, ora, difficoltà a reperire ricambi in molti settori di attività.

 

L’impatto più consistente? Secondo l’IFPRI, sarà sui paesi in via di sviluppo.

Secondo l’IFPRI (International Food Policy Reaseacrh Institute) che si è occupato della questione in uno studio del 2 aprile 2020, l’impatto maggiore molto probabilmente sarà nei paesi in via di sviluppo che non hanno ancora filiere del cibo moderne (cioè, basate su meccanizzazione, grandi aziende di trasformazione e catene di supermercati). Questi paesi, che rappresentano però una percentuale tra il 50% e l’80% della catena di distribuzione alimentare mondiale, hanno filiere in via di transizione. In particolare, nei paesi in via di sviluppo la filiera alimentare è basata su piccole e medie imprese, in cui il lavoro umano è il fattore produttivo preponderante. A ciò si aggiunga che gli scambi, di fatto, avvengono in veri e propri cluster di attività caratterizzati dalla presenza di molte persone contemporaneamente. Il rischio, quindi, è che le piccole aziende e i centri di scambio, a differenza dei grandi stabilimenti e dei supermercati, non riescano ad adeguarsi alle regole di distanziamento sociale e di sicurezza per i lavoratori. Questo creerà non pochi disagi in termini di interruzioni nella catena di fornitura del cibo. Saranno molto probabili aumenti consistenti dei prezzi del cibo, come causa e conseguenza delle interruzioni della filiera. L’ IFPRI, dopo aver delineato questo scenario di analisi, propone delle soluzioni. Per il breve periodo, il potenziamento o la creazione di reti di protezione sociale per i lavoratori; per il medio periodo, una nuova regolamentazione di tutto il mercato delle vendite che dovrà essere ridisegnato in base a nuovi standard di igiene delle produzioni; infine investimenti a lungo termine per consolidare i risultati del medio periodo e portare a termine la transizione verso gli standard tipici delle filiere alimentari moderne.

E le filiere alimentari dell’Unione Europea?

Un discorso a parte merita il sistema europeo. I primi commentatori sono d’accordo con le premesse evidenziate a livello generale dalla FAO. Il problema non sarà la mancanza di cibo e di materie prime, ma il rischio di interruzione nella catena di distribuzione. Mancano ancora dei dati precisi, ma dall’osservazione dei fenomeni si è visto questo: si è passati dal “panic buying” dei primi giorni di diffusione del contagio (cioè acquisti eccessivi e compulsivi dettati dal panico che le scorte finissero) ad una riduzione degli acquisti. In particolare, mentre rimangono stabili ed anzi sono in crescita gli acquisti di pasta, farina e cibi in scatola, i prodotti freschi e stagionali (come la carne di agnello, ad esempio) hanno subito una flessione. Indubbiamente, gli europei hanno oggi maggiori difficoltà ad uscire di casa (in Italia e Francia, ad esempio servono le autodichiarazioni scritte e gli ingressi nei supermercati sono contingentati), ma anche a livello mondiale si è registrata una riduzione dei prezzi del cibo stimata intorno al 4,3% per il mese di marzo 2020, determinata proprio dalla riduzione della domanda dovuta all’impatto del Coronavirus. Unica eccezione, il prezzo del riso che cresce sì, ma a seguito della dichiarazione del Vietnam (uno dei maggiori produttori mondiali) di essere pronto a bloccare le esportazioni per preservare le proprie riserve interne.

Non si tratta dunque di scarsità di risorse, ma di incertezza da parte dei consumatori che temono una riduzione dei loro introiti e sono molto più cauti nei loro acquisti. Occorrerà, quindi, anche a livello europeo, evitare una crisi nella catena di distribuzione delle scorte di cibo. Una prima sfida riguarda i lavoratori del settore. Spesso in Europa i lavoratori impiegati nella raccolta di prodotti agricoli sono migranti e stagionali: anche se impopolare, occorrerà pensare permessi speciali o velocizzare i visti per consentire l’ingresso della manodopera necessaria ad evitare che i prodotti rimangano a marcire nei campi. Si devono, poi, evitare i “colli di bottiglia” nel sistema del trasporto dei cibi, soprattutto con riferimento alle produzioni fresche. Come ha evidenziato anche la FAO, occorre che il sistema dei porti e dei trasporti rimanga il più possibile aperto.

Il fatto che, storicamente, il sistema europeo sia fondato sulla libera circolazione delle merci sarà senz’altro d’aiuto. Aiuteranno anche le regole uniformi in materia di igiene e sicurezza: le aziende di produzione così come i supermercati europei, potranno essere più pronti di quelli del resto del mondo a mettere in atto le misure sanitarie e di distanziamento sociale. Se, quindi, gli Stati Membri saranno in grado di continuare ad andare oltre i loro interessi particolaristici, nonostante inevitabili rischi e preoccupazioni, il sistema europeo delle filiere alimentari potrà restare stabile e sicuro.

 

Veronica Comito

Avvocato

 

Fonti:

http://www.fao.org/documents/card/en/c/ca8388en

https://www.ifpri.org/blog/how-covid-19-may-disrupt-food-supply-chains-developing-countries

https://thefern.org/ag_insider/despite-coronavirus-worries-europes-food-system-is-stable/

Covid-19. Quali rischi per la filiera alimentare?

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