Con la Carta di Milano del 2015, produttori e consumatori si sono impegnati a livello globale a mettere in campo le azioni necessarie per una produzione di cibo più “green”, più sostenibile per il pianeta, così da renderne anche più equa la distribuzione. Ma che cosa vuol dire in concreto? Basta valorizzare la produzione biologica o è necessario passare ad uno stile di consumo “vegano”, che preveda la completa esclusione di ogni derivato di origine animale?

Occorre prima di tutto fare un po’ di ordine sulla terminologia e sull’inquadramento giuridico di queste due categorie.

La definizione di produzione biologica è contenuta nel Considerando 1 del Reg. Ce 834/2007 ed è identificata come quel “sistema globale di gestione dell’azienda agricola e di produzione agroalimentare basato sull’interazione tra le migliori pratiche ambientali, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali, l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e una produzione confacente alle preferenze di taluni consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali”. A valle di questa definizione, la normativa europea specifica in modo molto rigoroso i requisiti che un prodotto alimentare deve rispettare per potersi qualificare come biologico. In sostanza, l’azienda che voglia mettere in commercio prodotti alimentari biologici deve riorganizzare le proprie modalità produttive (o, almeno, creare delle unità che lavorino secondo le caratteristiche richieste) e sottoporre la loro attività “bio” al controllo di Organismi di Certificazione, pubblici o privati, autorizzati dal MIPAAFT (Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari, Forestali e del Turismo) . Solo una volta ottenuta la certificazione potranno utilizzare il logo comunitario che identifica l’alimento biologico, con l’indicazione del codice identificativo dell’Organismo di controllo stesso. E non finisce qui, perché i poteri ispettivi del “controllore” proseguiranno periodicamente, tanto che il mancato rispetto delle prescrizioni potrebbe comportare la sospensione o addirittura l’esclusione dalla possibilità di ottenere nuovamente la certificazione di prodotto biologico.

E per quanto riguarda il cibo “vegano”? Nel linguaggio comune è “vegano” quel prodotto che non ha al suo interno alcun derivato di origine animale. Manca, però, sia a livello europeo sia a livello nazionale, una definizione normativa specifica di che cosa si possa considerare “vegan”. Come si spiegano quindi i loghi che identificano cibi “vegan” su numerose confezioni? In assenza di una specifica normativa, il produttore può far certificare da terzi o autocertificare il proprio prodotto come “vegano” in base alla normativa UNI EN ISO 14024 – 14021 – 14025 che disciplinano le dichiarazioni ecologiche ed ambientali per i prodotti. Molti enti certificatori hanno adottato specifici disciplinari e loghi facilmente identificabili, conferiti in base alla conformità a tali disciplinari. Naturalmente resta necessario rispettare le norme europee in tema di etichettatura ed informazioni obbligatorie nonché i limiti del codice del consumo ed evitare di fornire informazioni non veritiere, poiché ciò costituirebbe una pratica commerciale scorretta (pubblicità ingannevole) sanzionabile dall’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato).

Consumatori ed operatori del settore agro- alimentare stanno seguendo scelte sempre più attente all’ambiente, sempre più “green”, insomma e. E non a caso molto spesso pubblicità e packaging valorizzano questo colore sia per i prodotti “bio” che per i prodotti “vegan”. E’ importante, però, bisogna guardare a tutto questo “green” cogliendone le sfumature, con la consapevolezza che dietro ognuna di esse sono diversi gli strumenti e gli obblighi previsti dal diritto.

 

Veronica Comito

Avvocato

Bio o Vegan: quale svolta green per il cibo?

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